30 | 07 | 2010
Deliberazione del Consiglio Comunale del 28/11/2008 PDF Print E-mail
Scritto da Administrator   
Martedì 09 Dicembre 2008 22:27

ORDINE DEL GIORNO PER LA DICHIARAZIONE DI “TERRITORIO COMUNALE DENUCLEARIZZATO”


PREMESSO CHE:
- Il governo ha deciso per un ritorno del nucleare nel nostro Paese, con un obiettivo dichiarato di
produrre il 25% dell’energia elettrica dall’atomo. Per arrivare a questo obiettivo l’Italia dovrebbe
localizzare e costruire sul territorio nazionale 8 reattori come quello attualmente in costruzione in
Finlandia (il più grande al mondo).
- Il nucleare non ci farà recuperare i ritardi rispetto alle scadenze internazionali per la lotta ai
cambiamenti climatici. Semmai l’Italia decidesse di costruire alcune centrali nucleari, passerebbero -
al netto di ritardi per le inevitabili contestazioni popolari - almeno 10-15 anni prima della loro entrata
in funzione, e quindi non riuscirebbe a rispettare l’accordo vincolante europeo 20-20-20 (secondo cui
entro il 2020 tutti i Paesi membri devono ridurre del 20% le emissioni di CO2 del 1990, aumentare al
20% il contributo delle rinnovabili al fabbisogno energetico, ridurre del 20% i consumi energetici),
incorrendo in ulteriori sanzioni da aggiungere a quelle ormai inevitabili per il mancato rispetto del
Protocollo di Kyoto.
- Se l’Italia decidesse di puntare sul nucleare, dirotterebbe sull’atomo anche le insufficienti risorse
economiche destinate allo sviluppo delle rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza energetica,
abbandonando di fatto le uniche soluzioni praticabili per ridurre in tempi brevi le emissioni
climalteranti, innovare profondamente il sistema energetico nazionale e costruire quella struttura
imprenditoriale diffusa che garantirebbe la creazione di molti posti di lavoro (sul modello di quanto
fatto in Germania dove ad oggi sono impiegati tra diretto e indotto circa 250.000 lavoratori).
- Solo con una seria politica nazionale e locale, che escluda il nucleare, promuova l’innovazione e
renda più efficiente e sostenibile il modo con cui produciamo l’elettricità e il calore, si muovono le
persone e le merci, consumiamo energia negli edifici e produciamo beni, riusciremo a rispettare le
scadenze internazionali per la lotta ai cambiamenti climatici, a partire da quella europea del 2020.
CONSIDERATO CHE:
- Grazie al referendum del 1987, l’Italia è stato il primo paese tra i più industrializzati ad uscire dal
nucleare. Solo nel 2000, infatti, è stata seguita dalla Germania con la definizione dell’exit strategy
dalla produzione di energia elettrica dall’atomo entro il 2020, e più recentemente dalla Spagna.
- Nonostante la ripresa o l’intenzione dichiarata di programmi nucleari in alcuni paesi, il nucleare è
una fonte energetica in declino sullo scenario mondiale. Infatti secondo le stime dell’Aiea sul
contributo dell’atomo alla produzione elettrica mondiale contenute nel rapporto “Energy, elettricity,
and nuclear power estimates for the period up to 2030” pubblicato nel 2007, nei prossimi decenni si
passerebbe dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030.
- La tecnologia su cui vuole puntare il governo italiano è quella di “terza generazione evoluta” che
non ha risolto nessuno dei problemi noti da anni. Insomma l’Italia si sta candidando a promuovere
una tecnologia già vecchia, a maggior ragione se nel 2030 vedrà la luce il nucleare di “quarta
generazione”, sempre che abbia risolto nel frattempo i problemi emersi durante le ricerche in corso a
livello internazionale.
- Le convinzioni dell’utilità di ricorrere all’energia atomica per ridurre la bolletta energetica del
Paese e la dipendenza dalle importazioni si scontrano però con i tanti problemi irrisolti della
tecnologia nucleare oggi disponibile. Tra tutti i costi veri di un KWh da produzione elettronucleare,
la sicurezza delle centrali, la gestione dei rifiuti radioattivi e lo smantellamento (decommissioning)
degli impianti, la loro protezione da eventuali attacchi terroristici, il rischio della proliferazione di
armi nucleari e la necessità di importare dall’estero l’uranio, le cui riserve naturali sono sempre più
scarse.
RILEVATO CHE:
- Nonostante da più parti si continui a spacciare il nucleare come una tra le fonti energetiche meno
costose, l’apparente basso costo del KWh nucleare è dovuto esclusivamente all’intervento dello
Stato, direttamente o indirettamente, nell’intero ciclo di vita di una centrale dalla costruzione allo
smantellamento sino allo smaltimento definitivo delle scorie. A tal proposito sono illuminanti le
conclusioni della ricerca “The economic future of nuclear power” condotta dall’Università di
Chicago nell’agosto 2004 per conto del Dipartimento dell’energia statunitense sui costi del nucleare
confrontati con quelli relativi alla produzione termoelettrica da gas naturale e carbone. Secondo il
rapporto dell’Università Usa, considerando tutti i costi, dall’investimento iniziale e dalla
progettazione fino ad arrivare alla spesa per lo smaltimento delle scorie (che incide fino al 12% del
prezzo totale di produzione elettrica), il primo impianto nucleare che entrerà in funzione produrrà
elettricità a 47-71 dollari per MWh, escludendo qualsiasi sovvenzione statale all’industria
dell’atomo, contro i 35-45 dei cicli combinati a gas naturale. Conclusioni paragonabili a quelle
raggiunte dal Massachusetts Institute of Technology nel rapporto “The future of nuclear power”
pubblicato nel 2003 che dice che i costi del chilowattora prodotto con gas, sono di 4,1 centesimi di
dollaro, mentre il chilowattora nucleare (di una centrale in grado di operare per quarant’anni) costa
ben 6,7 centesimi di dollaro.
- Sulla sicurezza degli impianti ancora oggi, a 22 anni dal terribile incidente di Chernobyl, non
esistono le garanzie necessarie per l’eliminazione del rischio di incidente nucleare e conseguente
contaminazione radioattiva, come dimostra la lunga serie di incidenti avvenuti in Francia nell’estate
del 2008.
- Rimangono anche tutti i problemi legati alla contaminazione “ordinaria” delle centrali nucleari in
seguito al rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento dell’impianto a
cui sono esposti i lavoratori e la popolazione che vive nei pressi.
- Non esistono poi ad oggi soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi
derivanti dall’attività delle centrali o dal loro decomissioning. Le circa 250mila tonnellate di rifiuti
altamente radioattivi prodotte fino ad oggi nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di
smaltimento definitivo, stoccati in depositi “temporanei” o lasciati negli stessi impianti dove sono
stati generati. Lo stesso vale ovviamente anche per il nostro Paese che conta secondo l’inventario
curato da Apat circa 25mila m3 di rifiuti, 250 tonnellate di combustibile irraggiato - pari al 99% della
radioattività presente nel nostro Paese -, a cui vanno sommati i circa 1.500 m3 di rifiuti prodotti
annualmente da ricerca, medicina e industria e i circa 80-90mila m3 di rifiuti che deriveranno dallo
smantellamento delle 4 ex centrali e degli impianti del ciclo del combustibile.
- Oltre al problema legato alla sistemazione definitiva delle scorie, esiste anche la necessità di
rendere inutilizzabile il materiale fissile di scarto per evitarne il possibile uso a scopo militare, a
maggior ragione in uno scenario mondiale in cui il terrorismo globale è una minaccia attualissima.
Gli impianti nucleari attivi - e lo stesso discorso vale per quelli in costruzione - se da una parte
possono diventare obiettivi sensibili per i terroristi, dall’altra producono scorie dal cui trattamento
viene estratto il plutonio, materia prima per la costruzione di armi a testata nucleare. Nell’attuale
quadro mondiale si corre il forte rischio che ci possano essere Paesi che vogliano sfuggire al
controllo della comunità internazionale - come nel caso dell’Iran -, che potrebbero utilizzare il
nucleare civile come grimaldello per dotarsi di armamenti nucleari.
- Occorre fare i conti con le riserve di U235 (l’uranio fissile altamente radioattivo che rappresenta il
combustibile dei reattori nucleari): al ritmo di consumo attuale, la sua disponibilità potrà essere
stimata per circa 70 anni, ma se la richiesta crescesse, si potrebbe riproporre una situazione del tutto
simile a quella delle “guerre per il petrolio” e con i tempi di realizzazione delle centrali.
- I considerevoli consumi di acqua necessari al funzionamento dei reattori aggraverebbero la già
delicata situazione italiana. Le centrali nucleari francesi usano il 40% delle risorse idriche consumate
su tutto il territorio nazionale. Secondo uno studio del 2007 pubblicato negli Stati Uniti dall’Union of
concerned scientist, in media per un reattore da 1.000 MW servono oltre 2,5 milioni di metri cubi di
acqua al giorno. Una quantità rilevante anche per l’Italia, visti anche gli scenari futuri sugli impatti
dei cambiamenti climatici che prevedono una consistente riduzione nella disponibilità delle risorse
idriche nel nostro Paese.
IL CONSIGLIO COMUNALE DELIBERA:
- di dichiarare su proposta di Legambiente il “territorio comunale denuclearizzato”, contrario quindi
alla produzione di energia nucleare;
- di vietare su tutto il territorio comunale l’installazione di centrali che sfruttino l’energia atomica;
- di garantire la massima trasparenza e partecipazione nel processo di individuazione di siti di
stoccaggio per i rifiuti radioattivi, derivanti anche dal decommissioning delle centrali dismesse dopo
il referendum del 1987.

Last Updated ( Lunedì 03 Agosto 2009 20:51 )